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Fainè Sassarese
La senti prima ancora di vederla,
quando alle spalle il vento di Tramontana
la porta su per via Turritana:
l’odore buono comincia a volerla.
Poi la trovi, nel forno che sa di legna,
dove il calore la fa diventare
un disco d’oro, un sole da mangiare,
che gli anni e la noia non spegne né segna.
Cos’è? Semplice. Una magia a quattro:
farina di ceci, olio, sale e mare.
Ciò che ti serve per non dubitare
che la povertà possa fare un bel piatto.
La copri di cipolla, o lasci così,
ma l’anima è quella, nel taglio di un gesto.
C’è dentro l’orgoglio di chi non ha questo
bisogno di lussi per darsi un’«Sì».
E se un genovese la spinse, un giorno,
su queste mura, sopra questo sale,
oggi a Sassari è diventata tale
che il suo nome è un coro intorno a un forno.
La fainè, bassa regina di strada,
che vendevano a fette ai bambini per via,
sai di fatica e di malinconia,
di un’infanzia che ancora profuma e non cade.
Perché non c’è stagione che lei non scaldi,
né vento che spenga la voglia di averla.
Ti scotta le dita se provi a tenerla,
e tu ridi, la mordi, e la tua storia rinsaldi.